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Un passo oltre la trasparenza

Da gennaio 2023 è entrata in vigore la Corporate Sustainability Reporting Standard Directive, la Direttiva (UE) 2022/2464 che mira ad allargare il perimetro circa la responsabilità delle imprese in tema di economia sostenibile.

Per mezzo della disclosure sui legati all’impronta ambientale e sociale che dovranno essere resi disponibili al pubblico, la nuova CSRD mira a guidare le aziende verso un’economia più sostenibile. Contestualmente, i nuovi requisiti di rendicontazione introdotti dalla Direttiva sono adattati e misurati per le varie dimensioni delle imprese e forniscono loro un periodo transitorio per prepararsi.

Per raggiungere questi obiettivi e per andare contro il dilagare del fenomeno greenwashing la comunicazione sui temi ESG è considerato dal legislatore uno strumento essenziale. La trasparenza su come l’azienda affronta i temi di sostenibilità aumenta all’interno della stessa la consapevolezza e la comprensione dei rischi e delle opportunità correlati all’ambiente, ai temi sociali e alla condotta aziendale, diversifica la base degli investitori, migliora il dialogo costruttivo con tutti i portatori di interessi.

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Fonte: Il Sole 24Ore PLUS – Diritto

Più ricchezza comporta più emissioni

Questa forte affermazione deriva dallo studio condotto dall’IEA in merito alla disparità legata alle emissioni di CO2 tra i gruppi di reddito e le regioni.

La ricchezza, il consumo di energia e il consumo di beni e servizi sono distribuiti in modo disomogeneo nel mondo. Le emissioni di anidride carbonica (CO2) non fanno eccezione. Le emissioni variano da paese a paese e da generazione a generazione, ma ancora di più a seconda dei gruppi di reddito.

A livello globale, il 10% di coloro che appartengono alle fasce di reddito più elevate è stato responsabile di quasi la metà delle emissioni globali di CO2 nel 2021, rispetto a solo lo 0,2% del 10% più povero.
Circa l’85% di loro vive in economie avanzate – tra cui Australia, Canada, Unione Europea, Giappone, Corea, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Regno Unito – e anche in Cina. Il resto proviene dal Medio Oriente, dalla Russia e dal Sudafrica, in paesi con disuguaglianze di reddito e ricchezza relativamente elevate e con a disposizione combustibili ad alta intensità di emissioni. Il 10% più povero che contribuisce alle emissioni carboniche vive nelle economie in via di sviluppo in Africa e Asia, dove consuma quantità relativamente ridotte di beni e servizi e in molti casi non ha accesso all’elettricità e ad una sano sistema alimentare.

Questo commento fa parte del lavoro in corso dell’IEA per esplorare le transizioni energetiche incentrate sulle persone, compresa l’analisi sull’accesso universale all’energia e le transizioni giuste per i lavoratori del settore energetico. L’analisi quantifica l’impronta delle emissioni degli individui in base al reddito, concentrandosi sulle emissioni di CO2 legate all’energia. Le emissioni sono aggiustate per il commercio per riflettere gli effetti a monte dei modelli di consumo degli individui.

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Fonte: IEA

Il livello dei mari in continuo aumento

I cambiamenti globali del livello del mare indotti dai cambiamenti climatici e lo scioglimento delle principali masse di ghiaccio eserciteranno un impatto significativo sulle comunità di tutto il mondo, in particolare i piccoli stati insulari in via di sviluppo e nelle aree urbane densamente popolate.
L’innalzamento del livello del mare minaccia anche le zone costiere e le riserve idriche, dove gli impatti di questo innalzamento medio sono enfatzzati dalle mareggiate e dalle variazioni delle maree.

Le abitudini dell’uomo hanno svolto un ruolo significativo sia nell’innalzamento del livello del mare che nella vulnerabilità dell’esposizione agli impatti.
La velocità dello scioglimento della più grande massa di ghiaccio globale dell’Antartide presenta incertezze. Nei prossimi 2000 anni, il livello medio globale del mare aumenterà di circa 2-3 metri se il riscaldamento sarà limitato a 1,5°C, di 2-6 metri se limitato a 2°C e di 19-22 metri se limitato a 5°C di riscaldamento, e continuerà a salire nei millenni successivi. La probabilità e l’impatto di cambiamenti improvvisi e/o irreversibili aumentano con l’ulteriore riscaldamento globale.

L’innalzamento del livello del mare comporterà impatti a cascata con conseguenti perdite di ecosistemi costieri e servizi ecosistemici, salinizzazione delle acque sotterranee, inondazioni e danni alle infrastrutture costiere. Impone rischi per le economie, i mezzi di sussistenza, gli insediamenti, la salute, il benessere, la sicurezza alimentare e idrica e i valori culturali nel breve e nel lungo termine.
L’innalzamento del livello del mare pone una sfida di adattamento distintiva e grave in quanto implica la gestione dei cambiamenti lenti e l’aumento della frequenza e dell’entità degli eventi estremi del livello del mare che aumenteranno nei prossimi decenni.

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Fonte: World Meteorological Organization

Anche il riso è in crisi

In seguito alle problematiche legate alla siccità, in Italia quest’anno verranno coltivati quasi 8mila ettari di riso in meno per un totale di appena 211mila ettari, un livello così basso si è fatto registrare solo una trenitna di anni fa.

Le carenti condizioni in cui versa la produzione del riso non fa altro che alimentare il problema della carenza idrica, perché la sua coltivazione garantisce il corretto flusso dei bacini idrici risultando determinante non solo per l’ambiente ma per tutto l’agroecosistema. Lo shock non sarà esclusivamente di carattere ambientale e legato alla biodiversità, bensì anche sociale, poichè sono coinvolte attivamente nella filiera oltre diecimila famiglie tra dipendenti e imprenditori.

L’area più rappresentativa della coltivazione del riso, la Pianura Padana, gode delle temperature e dei contributi che le risorse idriche circostanti possono offrire, in primo luogo il Po. Il più grande fiume italiano è l’emblema delle difficoltà in cui si trovano tutti gli altri corsi d’acqua dell’area settentrionale, con i grandi laghi che hanno percentuali di riempimento che vanno dal 34% del lago di Garda al 38% di quello Maggiore fino ad appena al 21% di quello di Como ma si registra anche lo scarso potenziale idrico stoccato sotto forma di neve nell’arco alpino ed appenninico.

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Fonte: Coldiretti

Il comitato ESG: una pratica ormai diffusa

Il 59% delle imprese italiane ha di recente istituito un comitato ESG, un posizionamento analogo rispetto alle aziende globali (61% delle quali possiede un comitato ESG).

Gli investimenti hanno raggiunto una quota di circa 635 milioni di euro, destinando le risorse prevalentemente verso i settori legati alla cultura e allo sport (67% delle imprese), all’assistenza sociale (53%), alla ricerca e sanità (52%), all’istruzione (48%), e infine alla coesione sociale (45%).

Quello menzionato è il risultato della ricerca “Corporate Social Investment e ESG – Global Impact at scale” di Dynamo Academy e Sda Bocconi Sustainability Lab condotta a livello globale su un campione che include 213 aziende italiane.
Approfondendo i diversi settori, quello della sanità (healthcare) evidenzia come il 71% delle imprese ha un comitato ESG, seguito poi dai trasporti (69%), dai beni di consumo (68%) e industria manifatturiera (65%). Il 67% delle aziende menziona nella propria strategia gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), in linea con il 72% delle aziende a livello globale.
In ottica di lungo periodo, i trend da osservare più da vicino riguardano “l’investimento verso gli stakeholder interni, la ricerca di metriche comuni per il reporting della “S” (sustainability) e la ricerca di concretezza per le azioni di diversità, equità e inclusione”.

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Fonte: ANSA

Quale futuro ci aspetta?

Lo scorso anno, le iniziative di sostenibilità sono state messe a dura prova, a causa della persistente inflazione e dall’incertezza economica.

Nella ricerca condotta da S&P Global vengono individuati 9 trend che potranno diventare importanti nel panorama della sostenibilità nel 2023, capaci di generare un impatto su un’ampia platea, da aziende, investitori e lavoratori a comunità, autorità di regolamentazione ed esponenti politici.

I trend citati evidenziano il delicato equilibrio che si crea tra le parti interessate. Ad esempio, gli obiettivi di transizione energetica a lungo termine saranno rapportati a concetti di breve termine come l’accessibilità e la sicurezza dell’energia. Le pratiche occupazionali progressiste implementate sulla scia del COVID-19 saranno messe alla prova dalla riduzione dei costi legata all’incertezza economica. Questa dinamica push-and-pull potrebbe essere un segno distintivo delle discussioni e delle decisioni sulla sostenibilità per tutto il 2023.

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Fonte: S&P Global.

Eolico e solare: le prime energie in Europa

Il processo di transizione elettrica dell’Europa diventa la risposta più forte alla crisi energetica.

La produzione di carbone è in calo dall’inizio dell’inverno e, con il riscaldamento generato grazie alla transizione elettrica, la riduzione dei consumi energetici provenienti da combustibili fossili, in particolare il gas, divena un concetto chiave nel 2023. La risposta politica dell’Europa all’invasione russa nel 2022 è stata quella di accelerare la sua transizione elettrica.

Ora ci si concentra sulla rapida riduzione della domanda di gas, contemporaneamente alla graduale eliminazione del carbone. Ciò significa che è in arrivo un massiccio aumento dell’energia pulita.

Nel 2022, eolico e solare hanno generato un quinto dell’elettricità dell’Unione Europea (circa il 22%), superando per la prima volta il gas fossile (20%) e rimanendo al di sopra del carbone (16%).

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Fonte: EMBER

Ritorno al futuro (sostenibile)?

I fondi sostenibili globali hanno attratto 37 miliardi di dollari di nuovi capitali netti nel quarto trimestre del 2022, più dei 24 miliardi del terzo trimestre. Il tasso di crescita organica è stato dell’1,6%, rispetto all’1% dei tre mesi precedenti. Il rovescio (negativo) della medaglia vede l’industria mondiale dei fondi con un forte rallentamento, facendo registrare deflussi per 200 miliardi di dollari nel quarto trimestre.

Tuttavia, l’analisi dei flussi a livello di singole regioni e paesi rivela un quadro variegato. Il rimbalzo della raccolta netta dei fondi sostenibili nell’ultimo trimestre è avvenuto solo in tre regioni: Europa, Australia e Canada, mentre il resto del mondo, compresi gli Stati Uniti, ha registrato deflussi.

Nel complesso, il patrimonio globale dei fondi sostenibili è aumentato nel quarto trimestre, raggiungendo quasi 2,5 trilioni di dollari alla fine di dicembre, dai 2,24 trilioni di tre mesi prima.

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Fonte: Morningstar

L’educazione finanziaria e sostenibile in Italia: il punto

Solo l’11% degli italiani investe in sostenibilità.

È la fotografia scattata dall’ultimo rapporto della Consob sulle scelte di investimento delle famiglie italiane, “Report on financial investments of Italian households”, che analizza le conoscenze finanziarie, attitudini e scelte finanziarie degli investitori italiani. L’edizione 2022 si basa sull’indagine “L’approccio alla finanza e agli investimenti delle famiglie italiane” somministrata da GfK Italia a un campione di 1.436 individui.

Emerge che il possesso di investimenti sostenibili è riferibile solo all’11% degli intervistati, dato che sale al 17% nel sotto-campione degli investitori assistiti da un professionista. La Consob sottolinea che il basso livello di investimenti Esg si associa a una conoscenza molto bassa delle nozioni di base in materia di finanza sostenibile, che è indicata come il maggiore deterrente.

Tuttavia, la Consob mette in luce che il dato sugli investimenti sostenibili si associa anche a un interesse diffuso. Quest’ultimo elemento, in prospettiva, potrebbe tradursi in un aumento significativo di investimenti sostenibili. Nel giro di due anni, infatti, il 57% degli intervistati si dichiara propenso a investire di più in prodotti sostenibili, percentuale che sale a 74 tra gli interessati e a 93 tra coloro che già li posseggono.

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Fonte: ETicaNews.it

Il premio “green”: un vantaggio competitivo

Per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi, è necessario un importante passaggio alle tecnologie non fossili. Poiché si prevede che la domanda di materiali verdi supererà l’offerta, le aziende che assumono un ruolo di primo piano nello sviluppo e nella commercializzazione di offerte verdi ne trarranno probabilmente beneficio.

Questo rapporto, scritto in collaborazione con Boston Consulting Group, dimostra come i leader del mercato verde possano prosperare assumendo una posizione di mercato precoce e investendo in tecnologie verdi, anche se attualmente hanno un sovrapprezzo. I consumatori sono sempre più disposti a pagare un “premio verde” per i prodotti sostenibili e gli early adopter, sia a monte che a valle delle principali catene del valore, stanno già riscontrando successi maggiori. Per avere successo nei mercati “verdi”, le aziende dovrebbero progettare un portafoglio-obiettivo, modellare la loro proposta di valore, identificare i segmenti target, creare una strategia di prezzi e lavorare per sbloccare le barriere di scalabilità.

Sebbene aprire la strada ai mercati verdi possa comportare l’assunzione di un rischio, è probabile che questo paghi quando emergono mercati non sfruttati e si è disposti a pagare di più per prodotti sostenibili.

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Fonte: World Economic Forum

Il riciclo dei rifiuti in Italia

Nel corso degli ultimi 25 anni, in Italia si è passati dall’emergenza rifiuti all’eccellenza nel riciclo e oggi l’Italia è leader europeo del riciclo dei rifiuti e l’industria del riciclo ha conosciuto una crescita costante quantitativa e qualitativa.

Nel 1997 la raccolta differenziata dei rifiuti urbani era solo del 9,4 % e l’80%  dei rifiuti finiva in discarica. Solo il 21% dei rifiuti industriali veniva riciclato e il 33% finiva in discarica. Nel 2020 la raccolta differenziata dei rifiuti urbani è arrivata al 63% e lo smaltimento in discarica è sceso al 20%, mentre il riciclo dei rifiuti industriali ha superato il 70% e lo smaltimento in discarica è sceso al 6% . Questo cambiamento nella gestione di rifiuti ha alimentato la crescita dell’industria italiana del riciclo diventata un comparto rilevante e strategico del sistema produttivo nazionale che conta 4.800 imprese, 236.365 occupati, genera un valore aggiunto di 10,5 miliardi (aumentato del 31% dal 2010 al 2020) e che produce ingenti quantità di materiali riciclati.

L’ Italia, nel 2020 ha riciclato il 72% di tutti i rifiuti, urbani e speciali-industriali, un primato europeo.

Leggi l’articolo completo oppure scarica il report, e approfondisci le performance delle 19 filiere del riciclo.

Fonte: Fondazione Sviluppo Sostenibile

Modalità di lavoro flessibili, un vantaggio per tutti

L’orario di lavoro flessibile può far progredire le economie e le imprese, aiutando al contempo i dipendenti e le famiglie a raggiungere un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata, secondo un nuovo studio condotto dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO).

Le questioni riguardanti l’orario e le condizioni di lavoro sono “al centro della maggior parte delle riforme e delle evoluzioni del mercato del lavoro in atto oggi nel mondo”, ha affermato il capo della filiale Philippe Marcadent nella prefazione all’orario di lavoro e l’equilibrio tra lavoro e vita privata nel mondo dell’ILO.

“Il numero di ore lavorate, il modo in cui sono organizzate e la disponibilità di periodi di riposo possono incidere in modo significativo non solo sulla qualità del lavoro, ma anche sulla vita al di fuori del luogo di lavoro”.

Il rapporto include una serie di conclusioni, come ad esempio che orari di lavoro più lunghi sono generalmente associati a una minore produttività, mentre orari più brevi sono collegati ad un livello superiore.

Sostiene inoltre che le leggi e i regolamenti che fissano un limite massimo alle ore lavorate e ai periodi di riposo legali contribuiscono alla salute e al benessere a lungo termine della società.

Leggi l’articolo completo su UN.News.

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