La cattura della CO2 torna al centro del dibattito sulla decarbonizzazione dei settori industriali più difficili da abbattere. Cemento, acciaio, chimica e termovalorizzazione non possono ridurre le emissioni solo attraverso elettrificazione e rinnovabili. Secondo il nuovo studio del Politecnico di Milano, l’Europa e l’Italia stanno acquisendo un ruolo sempre più rilevante nelle tecnologie di cattura e stoccaggio della CO2, ma il divario tra ambizioni politiche e progetti realmente operativi resta ampio.
A livello globale cresce rapidamente l’interesse per le tecnologie di cattura, utilizzo e stoccaggio della CO2. Nel periodo 2024 2025 il numero di progetti è aumentato del 19 percento, passando da 408 a 489 iniziative, per una capacità complessiva annunciata di oltre 513 milioni di tonnellate di CO2 catturate ogni anno. Tuttavia, solo una quota limitata di questa capacità è già operativa o in fase avanzata di costruzione. Nel 2025 gli impianti effettivamente operativi o in costruzione rappresentano circa il 21 percento del totale annunciato.
L’Europa si prepara ad assumere un ruolo centrale. Attualmente rappresenta solo il 4 percento della capacità di cattura operativa globale, ma concentra il 29 percento della capacità in fase di sviluppo, pari a circa 405 milioni di tonnellate annue. Gli obiettivi europei puntano a passare da circa 50 milioni di tonnellate di CO2 catturate entro il 2030 a 450 milioni entro il 2050, con oltre la metà destinata allo stoccaggio permanente.
In questo contesto l’Italia occupa una posizione strategica. Il Paese è terzo in Unione Europea per capacità di stoccaggio annunciata al 2030, dopo Paesi Bassi e Danimarca. Il sito di Ravenna prevede una capacità di iniezione di circa 4 milioni di tonnellate all’anno e un potenziale complessivo superiore ai 500 milioni di tonnellate, che potrebbe trasformarlo in un hub di riferimento per l’intero bacino del Mediterraneo.
Nonostante queste prospettive, il rapporto evidenzia un disallineamento critico tra obiettivi e realtà operativa. A fine 2025 i progetti di stoccaggio con entrata in esercizio entro il decennio erano solo 16 in tutta Europa, per una capacità complessiva di 28,6 milioni di tonnellate annue. Questo valore copre appena il 57 percento del target europeo. Ancora più preoccupante è la maturità finanziaria dei progetti. Solo il 5,8 percento dell’obiettivo fissato dal Net Zero Industry Act ha raggiunto una decisione finale di investimento.
Il fabbisogno di risorse pubbliche resta elevato. Secondo le stime del Politecnico di Milano, servirebbero investimenti annui compresi tra 1,6 e 3,1 miliardi di euro, una cifra paragonabile al sostegno strutturale già destinato alle fonti rinnovabili. Senza questi interventi, la cattura della CO2 rischia di restare una tecnologia promettente ma marginale nel percorso verso la neutralità climatica.
Dal punto di vista industriale, il mercato sta evolvendo. Si passa da modelli integrati in cui un solo operatore gestisce l’intera filiera a configurazioni più specializzate, con attori dedicati alle singole fasi di cattura, trasporto e stoccaggio. Le prospettive economiche dipendono sempre più dalla regolazione delle tariffe di accesso alle infrastrutture e dalla possibilità di combinare diverse fonti di ricavo, come il risparmio sulle quote ETS, la valorizzazione della CO2 e l’applicazione di premi green sui prodotti finali.
La cattura della CO2 si conferma una tecnologia necessaria per la decarbonizzazione dell’industria pesante, ma non ancora sufficiente per raggiungere gli obiettivi climatici europei. Europa e Italia mostrano un potenziale rilevante, soprattutto grazie alle infrastrutture di stoccaggio e alla posizione geografica. Tuttavia, senza un quadro normativo stabile e un impegno finanziario pubblico adeguato, il rischio è che il divario tra ambizione e progetti concreti continui ad allargarsi. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare le strategie in cantieri reali, capaci di incidere in modo strutturale sulle emissioni.