Il mondo ha compiuto progressi significativi verso la parità di genere negli ultimi vent’anni, ma il percorso sta mostrando segnali di rallentamento e, in alcuni ambiti, persino di arretramento. Il Global Gender Gap Report 2026 del World Economic Forum fotografa una situazione complessa: quasi tutte le economie monitorate dal 2006 hanno migliorato la propria posizione, ma mantenendo l’attuale ritmo serviranno ancora 120 anni per raggiungere la piena parità. Le donne sono oggi molto più presenti ai vertici delle imprese e delle istituzioni, ma continuano a essere sottorappresentate proprio nei ruoli caratterizzati dal maggiore potere economico, politico e tecnologico.
A vent’anni dalla prima edizione del Global Gender Gap Report, il World Economic Forum offre una prospettiva particolarmente interessante perché consente di osservare non soltanto la situazione attuale, ma anche l’evoluzione della parità di genere nel lungo periodo. L’edizione 2026 analizza 145 economie attraverso quattro dimensioni fondamentali: partecipazione e opportunità economiche, istruzione, salute e sopravvivenza, rappresentanza politica. Complessivamente, il divario globale risulta oggi chiuso al 69,2 per cento, con un miglioramento di 0,4 punti percentuali rispetto all’anno precedente.
Se si considerano soltanto le 97 economie presenti nell’indice fin dal 2006, il miglioramento raggiunge 5,2 punti percentuali e porta il livello di parità al 69,4 per cento, il valore più elevato mai registrato. Il dato conferma quindi che il progresso esiste ed è misurabile. Allo stesso tempo, però, mostra quanto rimanga ancora da fare. Le maggiori distanze dalla piena parità si registrano nella partecipazione economica, ferma al 61,7 per cento, e soprattutto nella rappresentanza politica, che raggiunge appena il 22,1 per cento.
Le differenze tra Paesi restano molto ampie. L’Islanda guida la classifica mondiale per il diciassettesimo anno consecutivo, avendo chiuso il 93 per cento del proprio divario di genere. È ancora l’unico Paese al mondo ad avere superato la soglia del 90 per cento. Seguono Finlandia con l’87,2 per cento e Norvegia con l’85,7 per cento. Nella top ten compaiono anche Namibia, Regno Unito, Nuova Zelanda, Svezia, Australia, Germania e Irlanda.
L’Europa torna inoltre a essere la regione con il livello di parità più elevato al mondo, con il 75,7 per cento del divario complessivamente chiuso. Dal 2006 il miglioramento è stato di 7 punti percentuali e sette dei primi dieci Paesi della classifica mondiale sono europei. Al secondo posto si colloca il Nord America con il 75,2 per cento, seguito da America Latina e Caraibi con il 74,5 per cento. Proprio quest’ultima regione mostra il miglioramento di lungo periodo più rapido, avendo ridotto il proprio divario di 8,6 punti percentuali dal 2006.
Uno degli aspetti più interessanti del rapporto riguarda però la rappresentanza politica. È l’area nella quale sono stati compiuti i maggiori progressi negli ultimi vent’anni, con un miglioramento di 8 punti percentuali nelle economie monitorate in modo continuativo. Nel 2006 c’era una donna ministro ogni 8,1 uomini, mentre oggi il rapporto è di circa una donna ogni 4,3 uomini. Nei parlamenti si è passati da una donna ogni 5,6 uomini a circa una ogni tre.
Proprio la politica mostra però anche i segnali più evidenti di inversione della tendenza. Il livello di rappresentanza politica femminile è oggi inferiore rispetto al 2016. Ancora più significativo è quanto accaduto ai vertici degli Stati: la percentuale di economie guidate da una donna aveva raggiunto il 27 per cento nel 2022, il massimo degli ultimi cinquant’anni, ma successivamente è tornata ai livelli del 2016. Una parte dei progressi ottenuti nella prima metà dell’ultimo decennio è quindi andata perduta.
Una dinamica simile emerge nel mondo delle imprese. Dal 2024 la presenza femminile nei livelli più elevati del management è sostanzialmente ferma sotto il 30 per cento nelle 62 economie analizzate attraverso i dati LinkedIn. Anche il flusso delle nuove assunzioni verso queste posizioni mostra segnali poco incoraggianti: nei 16 Paesi per i quali sono disponibili dati comparabili, la quota femminile è scesa dal 34,8 per cento del 2022 al 32,3 per cento nei primi due trimestri del 2026.
La questione diventa ancora più evidente osservando i ruoli aziendali con maggiore potere decisionale. Le donne occupano soltanto il 19,1 per cento delle posizioni di amministratore delegato e circa un quarto dei ruoli di direttore finanziario e direttore operativo, incarichi che rappresentano tradizionalmente alcune delle principali strade verso la guida di un’azienda. Al contrario, le donne rappresentano circa due terzi dei responsabili delle risorse umane e delle persone. La presenza scende sotto il 20 per cento tra i responsabili dei sistemi informativi e sotto il 10 per cento tra i responsabili tecnologici.
Il rapporto evidenzia quindi una differenza importante tra presenza e potere effettivo. Un fenomeno analogo si osserva nelle istituzioni pubbliche. Dal 2008 il numero di portafogli ministeriali affidati a donne è aumentato del 26 per cento, ma soltanto uno su dieci riguarda incarichi considerati ad alta influenza. Questa percentuale è rimasta praticamente invariata nel tempo, suggerendo che il problema non riguardi soltanto l’accesso ai ruoli di vertice, ma anche la distribuzione delle responsabilità più strategiche.
Particolarmente significativo è infine il capitolo dedicato all’intelligenza artificiale, uno dei settori destinati a esercitare maggiore influenza sull’economia futura. Nelle aziende AI le donne rappresentano il 36,6 per cento dei dipendenti nei ruoli individuali, contro il 44,8 per cento delle aziende comparabili che non operano nell’AI. Nei ruoli di vertice la presenza femminile oscilla tra il 25,3 e il 27,7 per cento.
La distanza aumenta ulteriormente nelle professioni tecnologiche più specializzate. Le donne rappresentano appena il 19,3 per cento degli ingegneri AI e risultano maggiormente concentrate nelle attività di annotazione dei dati, generalmente meno remunerate. Esiste però anche un segnale positivo: la quota di fondatrici di aziende con competenze di ingegneria AI è passata dal 2,3 per cento del 2019 all’8,7 per cento nei primi due trimestri del 2026. La crescita è quindi significativa, anche se il divario rimane ancora molto ampio.
Vent’anni di dati mostrano che la parità di genere può avanzare e che i progressi non dipendono esclusivamente dal livello di ricchezza di un Paese. Ma il Global Gender Gap Report 2026 evidenzia anche quanto questi risultati non possano essere considerati acquisiti definitivamente. Alcuni indicatori stanno rallentando e altri stanno tornando indietro.
La questione diventa ancora più importante mentre l’economia entra in una nuova fase caratterizzata dall’intelligenza artificiale e dalla trasformazione tecnologica. Se le donne resteranno sottorappresentate proprio nei settori, nelle professioni e nelle posizioni che definiranno una parte crescente dell’economia futura, il rischio sarà quello di trasferire vecchi squilibri nelle nuove industrie. Il dato dei 120 anni necessari per raggiungere la piena parità non rappresenta quindi soltanto una previsione. È soprattutto un’indicazione della velocità con cui il mondo sta procedendo oggi e di quanto questa velocità possa ancora cambiare.