Il divario tra parole e azioni sulla tutela della natura non è mai stato così evidente. Secondo il nuovo report del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, la finanza globale continua a sostenere modelli economici che degradano gli ecosistemi, mentre le risorse dedicate alla loro protezione restano marginali. Il rapporto fotografa una sproporzione netta che rischia di compromettere obiettivi climatici, sicurezza economica e stabilità sociale a livello globale.
Il report State of Finance for Nature 2026, pubblicato da UNEP a gennaio 2026, evidenzia un dato centrale. Per ogni dollaro investito nella protezione della natura, il mondo ne spende trenta in attività che la danneggiano. Nel solo 2023, i flussi finanziari con impatto negativo sugli ecosistemi hanno raggiunto 7,3 trilioni di dollari, mentre gli investimenti in soluzioni basate sulla natura si sono fermati a 220 miliardi di dollari.
La maggior parte della finanza dannosa proviene dal settore privato. 4,9 trilioni di dollari sono riconducibili a investimenti concentrati in pochi comparti chiave, tra cui utility, industria, energia e materiali di base. A questi si aggiungono 2,4 trilioni di dollari di sussidi pubblici ambientalmente dannosi, destinati a settori come combustibili fossili, agricoltura intensiva, trasporti, gestione dell’acqua e costruzioni.
Sul fronte opposto, gli investimenti in Nature based Solutions risultano ancora largamente insufficienti. Quasi il 90% delle risorse proviene da fonti pubbliche, a dimostrazione di un coinvolgimento ancora molto limitato del settore privato. Gli investimenti privati si fermano a 23,4 miliardi di dollari, pari a circa il 10% del totale, nonostante la crescente consapevolezza dei rischi economici legati alla perdita di biodiversità.
Secondo UNEP, per rimanere in linea con gli obiettivi globali su clima e biodiversità, gli investimenti in soluzioni basate sulla natura dovrebbero più che raddoppiare entro il 2030, raggiungendo almeno 571 miliardi di dollari l’anno. Una cifra che rappresenta appena lo 0,5% del PIL globale, ma che potrebbe generare benefici elevati in termini di resilienza climatica, riduzione del rischio e ritorni economici di lungo periodo.
Il report introduce anche un nuovo quadro concettuale, la Nature Transition X Curve, pensata per aiutare governi e imprese a pianificare una transizione ordinata. Il modello propone di ridurre gradualmente sussidi e investimenti dannosi, mentre in parallelo si scalano investimenti nature positive lungo tutte le catene del valore. Esempi concreti includono infrastrutture verdi urbane, integrazione della natura nei progetti energetici e materiali da costruzione a emissioni negative.
Come sottolineato dalla Direttrice esecutiva di UNEP, Inger Andersen, seguire i flussi finanziari rende evidente la scelta davanti alla quale si trova l’economia globale. Continuare a finanziare la distruzione degli ecosistemi oppure investire nel loro ripristino, senza una vera zona intermedia.
Il report UNEP del 2026 mette in luce una contraddizione strutturale della finanza globale. Mentre cresce l’attenzione politica verso clima e biodiversità, i flussi di capitale continuano a muoversi nella direzione opposta. Ridurre questo squilibrio non è solo una necessità ambientale, ma una condizione per la stabilità economica futura. Riorientare gli investimenti dalla distruzione alla rigenerazione della natura rappresenta una delle leve più potenti per costruire crescita resiliente, ridurre i rischi sistemici e garantire prosperità nel lungo periodo.
Fonte: Harmful investments outpace nature protection by 30 to 1 – new UNEP report